Congedo per malattia per il cancro alla prostata

Il Mio Medico - Tumore alla prostata: le nuove cure

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Questo blog è apparso per la prima volta su Huffpost Us ed è stato tradotto da Milena Sanfilippo. Mio padre è morto di cancro alla prostata quando avevo diciotto anni. La sua era una diagnosi che non lasciava troppe speranze, ma io cercavo di nutrirne lo stesso.

Ricordo nitidamente l'attesa in fila al supermercato poco dopo aver ricevuto la notizia, ricordo che gli dissi: "Papà, va tutto bene. Sei forte, puoi sconfiggerlo".

Mio padre — medico di base — si fece forza, annuendo con aria benevola a me e mia sorella minore. Ma sapeva che, a quel punto, la malattia era ormai imbattibile. Mi pento di quelle parole perché insinuavano, seppur tacitamente, che il cancro è una battaglia da vincere e che se la malattia riesce ad avere la meglio tu avrai "perso", in un certo senso.

L'idea che si possa "sconfiggere" una malattia infida come il cancro non fa altro che corroborare quel mito che vede il paziente totalmente responsabile della guarigione, e non un essere umano intrappolato in un ciclo interminabile di operazioni, chemioterapia, radiazioni e ricadute.

E se non riesce a sconfiggerlo? È un fallimento. Ma da figlia, quel linguaggio intriso di luoghi comuni aveva una sua logica: persino oggi, nella mia mente mio padre resta una specie di Superman, un uomo che ha partecipato a numerose gare di bodybuilding nella California del sud in un'epoca in cui i partecipanti asioamericani erano pochissimiha pubblicato una celebre rivista sul bodybuilding; e più tardi, da medico di famiglia, ha aiutato i suoi pazienti ad affrontare la malattia.

Nel mio stato di "speranzosa confusione" sopraggiunta dopo la diagnosi, volevo a tutti i costi che mio padre fosse un lottatore. E cos'altro puoi dire, quando una persona cara sta affrontando il tormento di congedo per malattia per il cancro alla prostata diagnosi di congedo per malattia per il cancro alla prostata Più che di un vero dialogo si tratta spesso di atti automatici".

Inoltre, come sottolinea Miller, culturalmente tendiamo a prendere le distanze dalla morte. Associare la malattia, la sofferenza o la morte alla debolezza mentre ci dipingiamo come degli eroi guerrieri capaci di batterle, ci fa sentire più forti in quel momento. Alla fine, tutti invecchieremo e "perderemo" le nostre rispettive battaglie, anche se magari non sarà il cancro congedo per malattia per il cancro alla prostata consumare i nostri corpi.

La realtà dei fatti non cambia: il cancro è un vero e proprio attacco alla persona; le cellule cancerogene crescono e si riproducono, crescono e si riproducono, fino alla nausea, formando tumori che devastano il sistema immunitario. Il corpo è in guerra contro se stesso.

Da questo punto di vista, l'immagine della battaglia che utilizziamo nel dialogo è appropriata. Quando diciamo ai nostri cari che riusciranno a "sconfiggere il cancro," non solo stiamo dicendo che sono forti, ma che resteremo al loro fianco in questa congedo per malattia per il cancro alla prostata.

Nagashree Seetharamuoncologa del Northwell Health Cancer Institute, comprende la nostra reazione arrabbiata e drastica di fronte al cancro. Nonostante i progressi nella ricerca e l'aumento del tasso di sopravvivenza, il cancro è una diagnosi che fa paura. E la dottoressa lo sa bene; pochi anni fa, le è stato diagnosticato un cancro al seno allo stato iniziale. La reazione istintiva è quella di combattere questo demone — eliminarlo. Ma c'è un problema: in questa impresa, a volte ci dimentichiamo della persona che è finita vittima del cancro.

Nel tentativo di liberarci della piaga, spesso ci ritroviamo a ferire chi ne è stato colpito. Comunque vada a finire, dobbiamo rimanere concentrati sul singolo: il vincitore dovrebbe sempre essere il paziente.

È opportuno sottolineare che vi sono dei lati positivi palesi nell'adottare un linguaggio ottimista quando si parla della malattia. Esiste una via congedo per malattia per il cancro alla prostata mezzo tra un ottimistico "puoi sconfiggerlo" e una resa totale — e avrei voluto percorrerla quando ho saputo della diagnosi di mio padre.

Innanzitutto, ricordargli quanto era stato forte in passato, a dispetto delle difficoltà, forse lo avrebbe rincuorato. Alla fine, non c'è un libretto di istruzioni per cose del genere.

Bisogna capire la situazione e tenere in conto il malato. Qualsiasi cosa diciate assicuratevi di dirla a suo vantaggio, suggerisce Miller. Qualsiasi cosa accada, e qualsiasi decisione prenderai, io sono con te.

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Tredici anni dopo la sua morte, mi rammarico ancora di quel momento. Più che di un vero dialogo si tratta spesso di atti automatici" Inoltre, come sottolinea Miller, culturalmente tendiamo a prendere le distanze dalla morte.

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